Tra terra e cielo

Il fascino misterioso della montagna è immediato. Quasi tutte le culture ed
espressioni religiose le riconoscono un valore sacro particolarissimo.
Ci sono monti sacri e ascese sacre. Ci sono montagne-divinità e spiriti che le abitano.
La montagna, venerata nella sua potente maestosità diventa spesso, nella letteratura
religiosa, tempio privilegiato per sacrifici rituali e teatro di potenti teofanie e
ierofanie.
Nella mitologia greca, ad esempio, la cima dellOlimpo era considerata la dimora di
Zeus e della sua corte.
La civiltà ugaritica localizzava sul monte Safôn il luogo delle assemblee degli dei.
Nella tradizione ebraico-cristiana la montagna è un luogo di preghiera e di incontro
con Dio. Nella Bibbia, infatti, i monti hanno una presenza e un significato di tutto
rilievo.
Per gli Apache i monti erano abitati dai Gans, spiriti protettivi. Gans è ancora oggi,
anche il nome dei danzatori che impersonano gli spiriti benefici delle vette sacre.
Nel Pantheon Incas, a fianco delle divinità locali e celesti, cerano gli Apu, gli spiriti
delle grandi montagne e le Huaca, cioè pietre, sorgenti rocciose, caverne, grotte, fonti
e cascate ritenute dimore di potenti spiriti.
Per gli abitanti del Chang Thang, una regione della Cina, le montagne sono, ancora
oggi, sede di divinità venerate in culti anteriori al Buddismo. Perfino nello shintoismo
cè spazio per un Dio delle montagne: Oho-yana-tsu-mi.
Il monte Kailash (6714 m slm) in Tibet, la cui scalata è vietata agli uomini, è sacro a
ben quattro religioni: buddismo, induismo, giainismo, e bon-po e ogni anno diviene
meta di un pellegrinaggio a piedi (che alcuni compiono però prostrati per terra) lungo
i cinquanta chilometri del suo periplo, percorso in senso destrogiro.
Anche quello che noi occidentali chiamiamo Everest (Chomolangma in tibetano e
Sagarmatha in nepalese), per i popoli himalaiani è un monte sacro.
Il monte, con tutto ciò che lo circonda e lo costituisce (roccia, neve, pendii), già di
per sé richiama alla trascendenza, anche se in modo diverso per l'uomo orientale e per
l'uomo occidentale. Soprattutto quest'ultimo ha visto nellascesa la metafora del
desiderio di spingersi oltre, di incontrare il Totalmente Altro. Scalare, al di là del
gesto sportivo, tecnico e talvolta anche scientifico, significa salire verso una meta che
confina con il cielo, prossimo e lontano ad un tempo. Sulla vetta è il cielo stesso che
si dona allo scalatore, nella sua lucentezza, nella sua profondità. Ed il dono è gratuito.
Presente e tuttavia sempre inafferrabile.
Il monte Everest
Con i suoi 8.848 metri di altezza il monte Everest si colloca al di sopra di tutte le altre
montagne. La sua misurazione e la possibilità di raggiungerne la cima hanno
esercitato un fascino irresistibile sul mondo occidentale. Alla sua misurazione, però,
avvenuta nel 1856 non sono seguite immediatamente spedizioni esplorative. La
montagna, infatti, sorgeva sul confine dei due regni proibiti del Tibet e del Nepal.
Fino al 1921 nessun occidentale riesce ad avvicinarsi all'Everest attorno al quale,
proprio a causa della sua inaccessibilità, si creano speranze, attese, miti.
La storia della sua conquista è inscindibilmente legata ai nomi dei britannici George
Mallory e Andrew Irvine che, nel 1924, perdono la vita sulla parete nord nel tentativo
di raggiungere la vetta. Il 29 maggio del 1953 sono il neozelandese Edmund Hillary e
lo sherpa Tenzin Norgay, i primi uomini a calpestarne la cima.
Da quella data in avanti si registra un crescendo di spedizioni esplorative ed
alpinistiche che hanno messo in contatto l'occidente non solo con la roccia e i ghiacci
dell'Everest ma anche con le popolazioni himalaiane che da secoli ne abitano le
pendici. Così, alla scoperta di nuove vie di accesso, si è aggiunta quella, per certi
versi inaspettata, della cultura, degli usi e delle tradizioni dei popoli della montagna.
Da Pinerolo all'Himalaya. E ritorno
Valter Perlino, uno dei curatori della mostra, ha raggiunto la cima dell'Everest nel
2008. Ma non è l'unico pinerolese ad aver compiuto spedizioni sulle montagne
dell'Himalaya. Altri prima di lui, negli anni '60 e '70, hanno partecipato ad
esplorazioni di carattere alpinistico e antropologico riportando in patria preziosissimi
reperti e documenti materiali che sono andati ad arricchire collezioni private degne di
un museo. Tali documenti, in occasione della mostra Dove la terra incontra il cielo,
sono esposti con lo scopo di illustrare gli aspetti più caratteristici della vita dei popoli
che vivono alle falde dell'Everest. Ogni singolo pezzo è spiegato sia nelle
caratteristiche che nell'uso. Quelli sacri vengono accompagnati dalle raffigurazioni
delle relative divinità.
La Mostra non si limita, però, alla sola esposizione dei reperti. Un itinerario tematico
racconta, attraverso pannelli illustrati, i diversi aspetti del monte Everest e
dell'ambiente circostante: la collocazione geografica, la geologia, gli aspetti
antropologici delle sue popolazioni, i diversi approcci mistici, sportivi e scientifici.
Il CeSMAP, Centro Studi e Museo Civico di Archeologia e Antropologia di
Pinerolo ha voluto progettare a realizzare questa Mostra per valorizzare le
esperienze, alpinistiche e scientifiche, fatte dai Pinerolesi in Oriente ed in
particolare nell'Himalaya, coadiuvato da specialisti esperti nei diversi settori del
progetto.
Si è voluto creare un evento di alta divulgazione per il pubblico in generale e
costruire uno strumento didattico per una ampia fruizione scolastica.
Cristina Menghini, Daniele Ormezzano, Valter Perlino, Dario Seglie
Luglio 2010